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2.11.17

We Are X (id. ,2017)
di Stephen Kijak

La data del Madison Square Garden dell’ultimo tour degli X Japan è l’occasione per filmare un documentario che fa il punto su una band poco nota in occidente ma che solo con la fama asiatica da quasi 30 anni sviluppa numeri e vendite impressionanti, a livello da rock band mondiali. We Are X è un prodotto da fan a tutti gli effetti, uno che non racconta la band dall’esterno ma dall’interno, cavalcando senza discuterla la mitologia personale che loro stessi promuovono.
E questa mitologia è principalmente quella di Yoshiki, il batterista/cantante, leader del gruppo che ha fondato e alimenta con le sue creazioni.

Yoshiki professa una dedizione dolorosa alla musica e We Are X lo sottolinea, la sofferenza sentimentale che esce dalle canzoni fa il paio quasi sempre con la sofferenza del fisico, dolori e difficoltà per il suonare troppo e con troppa foga la batteria. Tutto è troppo per essere retto, troppo dolore, troppi sentimenti e troppa dedizione ai fan. Gli eccessi e i difetti sono in realtà pregi: “Il dolore mi accompagna sempre ma non so se come un amico o un nemico”.

Yoshiki è proposto quasi come un semi-Dio e il documentario pare voler affermare che in fondo anch’egli è umano. Un tipo di retorica completamente diversa da quella, sempre legata al dolore, che era creata ad esempio intorno a Jack White in un altro documentario, It Might Get Loud. Lì il dolore e il sangue, benché presenti sembravano essere un incidente di percorso inevitabile in un lavoro sugli strumenti quasi artigianale e silenzioso, qui invece è parte del processo creativo, il dolore è proprio il centro del discorso. Per l’appunto è mito e non un effetto collaterale. Del resto è lo stesso Yoshiki a dichiarare “Non posso creare se sono in uno stato mentale normale”, come tipico della mitologia del rock. Meno tipico però è un documentario che la cavalchi in questa maniera.

Quello che tuttavia più colpisce chi degli X Japan non sa nulla è quanto in We Are X sia presente il tema della morte. È chiaro che si tratta di qualcosa di importante anche nella loro musica, ma la maniera in cui le biografie del gruppo e del suo leader sono raccontate a partire dai lutti e il fatto che anche i contributi delle interviste ai fan scelti siano quelli in cui questi parlano di morte, fa specie.

Quel che si capisce da questo documentario è che la costruzione dell’identità di questo gruppo al momento di raccontarlo a chi giapponese non è, passa per il sangue e il funereo, per la storia di un leader asceso all’empireo delle star attraverso una dedizione che potrebbe ucciderlo, soffrendo tantissimo per le perdite subite negli anni, e che continua a subire. Uno spleen degno degli emo in un look da Kiss. E forse non era esattamente quello di cui erano in cerca.
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