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31.8.17

Downsizing (id., 2017)
di Alexander Payne

CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA
Non c’erano dubbi che anche in questo film dallo spunto fantascientifico Alexander Payne avrebbe in realtà parlato di esseri umani piccini (non solo nelle dimensioni), di vite irrisolte e difficoltà relazionali. In Downsizing però tutto parte su basi più epiche e grandiose, mentre a mano a mano che la storia incede i cambiamenti si fanno sempre più drastici e clamorosi. In questo forse sta il meglio del film, la sua componente più cinica e disillusa, cioè in come passi da decisioni che sembrano quasi ragionevoli, ad esiti comici fino ad una chiusa grottesca. Payne non ha rispetto per niente di istituzionale, non crede nelle comunità, nei gruppi e nella massa, non crede nelle decisioni prese dall’alto, nei rimedi suggeriti e nei paradisi. Crede solo negli uomini, anche quando sono dei laidi bosniaci viveur e truffatori.

Un fisioterapista specializzato in problemi da lavoro viene affascinato da una tecnologia che riduce le persone in scala, grandi quanto una gomma da cancellare. I ridotti hanno a disposizione loro piccole colonie, case, lavori, cibo, tutto in miniatura e tutto a costo irrisorio (viste le dimensioni). L’obiettivo è ecologico, consumare meno e incidere meno sul pianeta, ma tutti lo fanno per ragioni economiche, per non faticare più con i propri soldi, diventare di colpo ricchi in un micromondo in cui tutto costa poco. Tutti sembrano felicissimi ma non sarà così per il fisioterapista Paul, anche lì porterà con sé la propria insoddisfazione.

Payne ha da sempre il problema di da corpo ai propri spunti ma stavolta la scrittura è impeccabile. La prima metà del film è coinvolgente e ben strutturata, piena di livelli di lettura mai invadenti, sottile nel suggerire un mondo di speranze capitaliste mascherate da ecologismo d’accatto (“Mi sono potuta comprare dei diamanti da paesi non in conflitto!”). Ma anche la messa in scena vola liscia, addirittura la parte del processo di miniaturizzazione è musicata da Rolfe Kent come fosse Danny Elfman e questo lo fa sembrare un momento di pulizia inquietante burtoniana, e i personaggi del micromondo, tra cui un Waltz finalmente straordinario dopo alcuni film sottotono, sono cesellati benissimo per rendere l’idea di “un altro mondo” per il buon Paul. Infine anche la maniera in cui sottilmente tutto nella sua vita passa per conti, assicurazioni, mutui, debiti, agevolazioni e via dicendo lavora sottilmente per mostrare il micromondo come il luogo dove tornare indietro a quando la crisi economica non c’era. Cambiare tutto per non cambiare la propria vita.

C’è insomma moltissima carne al fuoco, perché Payne è scettico su tutto e lo rende benissimo facendo sì che a Paul non venga mai detto tutto fino in fondo. Ogni volta che aderisce a qualcosa di promettente ci sono dei dettagli (non piccoli) che gli erano stati omessi. C’è sempre la fregatura, anche nel disastro ecologico. Il mondo di Downsizing (quello normale e quello piccolo) è fatto per fregare Paul e riempirlo di promesse che non lo soddisfano mai.
Peccato quindi che nella seconda parte Payne indugi sui suoi difetti, trasformi il film nel viaggio di una banda di scemi strambi, tutto tenerezza e marginalità (anche se in questo la coppia Udo Kier/Christoph Waltz è sublime, con una risata esagerata riescono a dire tutto). Così però il film dimostra di non credere nella fantascienza distopica e nelle proprie potenzialità, di non credere in quello a cui poteva ambire, essendo partito così bene. E alla fine tutto si “riduce” alla solita parabola dolceamara.
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