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25.5.12

Cosmopolis (id., 2012)
di David Cronenberg

CONCORSO 
FESTIVAL DI CANNES 2012

C'è un romanzo strano forte che viene adattato per il cinema da un regista strano forte anche lui. Il secondo non tocca quasi nulla dei dialoghi del primo, pensando solo a riorganizzare la narrazione per il medium che usa. In più come in una cover musicale (parole dello stesso regista) non cambiando niente di parole e melodia, spazia in creatività su tutto il resto.
Il risultato è David Cronenberg's Cosmopolis, un film che racconta sostanzialmente di un miliardario che gira in una limousine progettata per essere un'alcova, in cui c'è tutto (gabinetto incluso) e che costringe chiunque lo voglia incontrare ad entrarvi dentro. La storia si apre con la decisione di andarsi a tagliare i capelli dall'altra parte della città dal barbiere in cui se li faceva tagliare il padre, il viaggio che ne consegue è una lenta disgregazione del mondo fuori dalla limousine (il cui sonoro è quasi sempre otturato dai vetri spessi) e decadimento fisico del protagonista (già di suo mutilato ai genitali e sempre più colpito, ferito, svestito e via dicendo).

C'è tutto il senso stesso di mutazione nelle 24 ore in cui si svolge la non-storia delirante di Cosmopolis, il mutamento cronenberghiano che diventa decadenza di una persona singola e di una società che gli sta intorno. I ratti che contagiano tutto, le rivolte, il vandalismo e ancora il funerale con bara di vetro, le donne, il sesso e infine il grande confronto. Un film che diventa postatomico senza l'atomica.
Il viaggio del protagonista verso la propria infanzia (il barbiere del padre per l'appunto) è ricostruito con un eccesso di verbosità e dialoghi al limite del metaforico spinto (forse la cosa peggiore), oltre ad un percorso interiore che è odissea esteriore. Ci sono pochissimi (se non nessun) riferimento effettivo a Il posto delle fragole ma è invece presente un'implicita idea di seguire quell'idea di racconto e percorso "narrativo".

Il risultato alla fine di tutto è lo specchio del caos che lentamente pervade la società e il protagonista. Un film in cui il mood conta più dei contenuti e nel quale alla fine il senso generale di spaesamento e il passaggio tra l'economico, il sociale, l'umano e il carnale (molti i riferimenti al degrado e alle malattie biologiche) restituiscono un senso raro di decadenza, crollo e anarchia. Se Godzilla è la paura dell'atomica e della distruzione subita, Cosmopolis è la paura della crisi economica, sociale e politica occidentale (si, anche se è stato scritto nel 2003).
Insomma si tratta di un film tutt'altro che facile, tutt'altro che commerciale e forse tutt'altro che pienamente riuscito. Lo stesso però è un'esperienza che non si dimentica in fretta nè si può liquidare in due parole.
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